N.46 Indifferentemente

INDIFFERENTEMENTE

Abbiamo mille modi per incontrare gli altri. L’amore, l’amicizia, il confronto, la competizione, la solidarietà. Tutti modi di essere che presuppongono un contatto, un legame, persino una dipendenza, magari una posizione di superiorità ma pur sempre una relazione, un collegamento, una aderenza. 

Tutti modi comunque di attinenza. Tutti tranne uno: l’indifferenza. 

L’indifferenza è l’azione più egoistica del comportamento umano che allontana l’altro fino alla sua negazione, privando sé stessi ed il mondo dell’unica vera ragione dell’esistenza umana: appunto l’incontro

Siamo nati per incontrarci, trovarci, amarci. L’incontro è la sola risposta alla solitudine dell’uomo posto di fronte alla sua angoscia nel confronto con la vita, l’incontro è il solo percorso che crea la vita stessa, è il dono essenziale, la comprensione della ragione per cui siamo al mondo. 

Eppure l’essere umano ha mutato questa sua naturale propensione e, vittima dell’interesse diretto e personale che lo allontana, ha fatto dell’“avere” il suo Dio trasformando le opportunità in prevaricazioni e, dimentico dell’anima, è nata l’indifferenza

“Dimenticanza” questa che nella vita quotidiana è diventata una necessità, un principio di difesa della propria condizione, quasi un equilibrio teso a giustificare la grettezza di una intera generazione, che risolviamo attraverso gli sfoghi di massa, i concerti e gli stadi dove ci annulliamo vicendevolmente perdendo ogni identità o di fronte ad un televisore assuefatti consumatori del nulla che si rappresenta, muti osservatori della più virtuale delle realtà.   

Un dramma sociale partecipato che la società ha trasformato in livellamenti di categorie, quasi caste nelle quali riconoscersi e coltivarsi come in un orto botanico si coltivano le piante. 

In questa realtà della dimenticanza è mai possibile che si pensi ad altri che non siamo noi? A problemi che non siano i nostri? A difficoltà lontane da ciò che i nostri occhi riescono a raggiungere? 

Indifferenza… e la risposta è semplice: no. Un “no” netto. Il pensiero non ci sfiora neanche.

Ecco il dramma nel dramma, la negazione dell’umano nella forma più antica di reazione al male: il carcere. 

Il carcere è una realtà a sé stante. Sospesa tra limiti e condizioni del vivere degli uomini, il carcere elimina l’anima nell’istante preciso in cui è emessa la sentenza di un giudice che giustifica il giudizio di chiunque. Uomini che umiliano altri uomini, togliendo loro la dignità. 

Quella dignità che è il moto dell’anima. Esiste anche in quelli che non la sentono, non la conoscono perché abbrutiti dalle condizioni, dal passato, dalle circostanze, dalle paure, dalla ignoranza. Esiste in chi ha sbagliato proprio perché ha sbagliato. La dignità è il moto dell’anima e nel carcere, per quanto si tenti o si sia tentato con iniziative e soluzioni di riabilitazione, la dignità ai detenuti gli viene tolta proprio da chi sta fuori. Eccoci, siamo tutti indifferenti. 

Il mondo esterno ha risolto il suo problema: la struttura carceraria è una istituzione, nel bene e nel male ha una sua funzione. Il mondo esterno va avanti ignorando che ciò che conta è interessarsi all’uomo in quanto tale, una creatura, divina o naturale che sia, che ha bisogno dell’incontro per capire la dignità che ha nel cuore, per poter motivare anche il suo errore, per togliere dalle catene la sua anima. 

Ecco, l’incontro. Forse lo spazio nuovo che cerchiamo, anche se nell’intimo lo temiamo per paura di perdere quel che abbiamo, potrebbe cominciare proprio dal luogo dell’annientamento della verità. Entriamo nelle carceri, andiamo incontro alla dignità di chi l’ha perduta per ritrovare tutti una nuova dignità.

Apriamo gli occhi con umile coraggio e capiremo che la realtà vissuta da chi detenuto lo è davvero va oltre la nostra immaginazione. Dovremo attraversare quel senso di incredulità e di inadeguatezza, confrontarci con difficoltà, ingiustizie, umiliazioni, condizioni che non sfiorano la nostra pelle ma che esistono, sono tangibili, anche in questo stesso istante, mentre al di qua di quel muro noi incominciamo una giornata di lavoro, facciamo una passeggiata, leggiamo un libro, corriamo per arrivare puntali a un appuntamento importante.

Ogni vero incontro passa per la conoscenza e noi il carcere non lo conosciamo. Lo immaginiamo, perfino avventuroso come nei film, ma sotto sotto ne abbiamo una immaginazione scontata che nascondiamo in un angolo remoto della coscienza. Usciamo allo scoperto. C’è un’altra coscienza da incontrare, quella di chi conosce la differenza. La differenza che c’è tra qua e là. Usciamo allo scoperto, andiamo incontro al detenuto: diamo vita a una nuova dignità. 

Valentina Rossi & Patrizio Ranieri Ciu per Fabbrica Wojtyla

FABBRICAWOJTYLA © PATRIZIO RANIERI CIU 2022 

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