N.10 L’egoismo delle mentalità

L’EGOISMO DELLE MENTALITA’

Una condizione drammatica come il contagio non ha mezzi termini.
Obbliga a comportamenti immediati che, sotto dominio di un evento così impensabile, evidenziano aspetti della personalità che, non più mitigati da filtri relazionali (equilibri, condivisioni e tolleranze) diventano espressione spontanea della mentalità priva di ogni aspetto convenzionale.
La circostanza eccezionale predispone quindi ognuno ad essere più estremo e quindi più autentico nelle azioni, nelle scelte, nelle determinazioni. 

Ebbene, in questo stato di estrema pericolosità l’elemento più naturale che emerge è il lato diretto di ogni singolo carattere che, aldilà di un gradiente che va da un atteggiamento pavido all’aggressivo, si traduce in una assoluta evidenza di fatto della propria tendenza altruistica o egoistica. 

Una risultanza altruistica è una opportunità visionaria ed utopistica di cambiamento che, partendo dalla coscienza della propria posizione rispetto alle altre, fa emergere una vera preoccupazione per l’altro per cui ogni logica personalistica, come la privazione relativa di libertà che stiamo vivendo, perde senso mentre determina, in attesa di una risoluzione, una comprensione dell’accettazione di una costrizione del proprio essere nell’interesse proprio dell’altro. Così la capacità di mortificazione del proprio ego nelle più dure prove alle quali ti mette la vita è la prima verifica di una reale disponibilità ad allinearsi per il bene altrui. 

Questo può avvenire solo però se un individuo ha saputo ben confrontarsi con la propria esperienza, difendersi dal proprio contesto e superare i traumi piccoli o grandi che siano stati presenti nella vita. 

Ma questa solo in teoria. Questo è quello che la maggior parte direbbe o farebbe se, in tempi privi di pericoli gravi, gli venisse chiesto un sacrificio a riguardo. Ma stiamo appunto parlando di una soluzione utopistica, cioè di un essere umano che non esiste perché se fosse esistito, oggi non avremmo vissuto il tracollo delle concentrazioni sociali come di fatto sta accadendo in questa tragica avventura che viviamo. Stiamo pagando un vecchio conto alla Natura e lo paghiamo con il sacrificio della generazione più vecchia che c’è. Le statistiche parlano chiaro: 3 su 4 sono decessi di quelle persone anziane che eravamo già portati ad isolare prima che ci pensasse il virus. Isolati nei ghetti frammentati dei centri di accoglienza perché nella loro esteriore fragilità fisica e mentale già ritenuti inutili per la società. Ma stiamo pagando già in natura anche con la indeterminazione assoluta dei nostri giovani, una parola abusata nei processi di democratizzazione come fine ed invece puro mezzo di concupiscenza per una realtà umana dedita al profitto e all’ingordigia del consumo. 

Noi siamo di fatto egoisti. Lo siamo come ora, costretti alla inazione, tentiamo di  voler comunque conservare l’opportunità di fare quel che abbiamo fatto ogni giorno, senza considerare che riusciremmo solo a farlo male perché sono cambiate le condizioni e quel che prima aveva una funzione ora è inutile mentre il nostro egoismo danneggia chi magari ha scelto di esserci accanto e non ce ne siamo nemmeno accorti.

Tutti parlano di cambiamento: nulla sarà più come prima. Ma allora perché quelli che lo dicono sono quelli di prima? Perche non si chiudono nell’angoscia di una redenzione rinunciando al ruolo di traghettatori tra due sponde che per loro non esistono? Non c’è alcun luogo da dove essere partiti. Non c’è alcun luogo dove andare: siamo solo una zattera in mezzo ad un unico eterno mare.

Così nella forzata coesistenza si evidenzia quanto un qualsiasi “altro”, che non sia uno stremato e bisognoso e quindi concorrenzialmente inesistente, diventa ingombrante con la sua condizione fisica, etica, morale e culturale, quanto diventi un peso vincolante a causa di una sua diversa mentalità al punto tale che si tende ad affermare un proprio diritto ad agire nella realtà sociale senza voler considerare l’ipotesi di un danno del diritto a vivere di chi per condivisione ti è contemporaneo. La giustificazione della propria esistenza, qualsiasi essa sia, pur valida, altro non è che la dimostrazione della propria chiusura mentale persino davanti alla mutazione dovuta ad a una emergenza che non perdona. Oggi siamo tutti potenziali assassini di chi ci ha scelto o magari per obbligo comunque, volente o nolente, ci sta a fianco. Il nostro egoismo mentale, scoperta inaspettata, altro non è che il nostro credere di aver ragione nel credere di essere nel giusto.
E diventiamo silenziosa causa che un giorno motiveremo a noi stessi dando la responsabilità al destino o ancor peggio la colpa a chi non saprebbe starci vicino. 

L’ho già scritto, la distanza aumenta la differenza. Ma noi difendiamo noi stessi per categorie e le categorie sono mentalità. Così l’egoismo delle mentalità è impedire a se stressi la visione che di noi ha chi è “altro”. 

Il vero dramma della condizione dell’uomo è avere la propria visione. Succede allora che l’uomo uccida l’altro senza pensarlo ma ne mangia comunque i resti  per sopravvivere nel mondo. Lo sa bene colui che fu messo in croce. 

PATRIZIO RANIERI CIU © FABBRICAWOJTYLA 2020 

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