N.18 Il debito di Rama. Albania, il Teatri Kombetar cala il sipario.

IL DEBITO DI RAMA.
ALBANIA, IL TEATRI KOMBETAR CALA IL SIPARIO.

Perché, per avere un nuovo Teatro si doveva abbattere lo storico Teatri Kombetar di Tirana? Perché allora, quando hanno fatto erigere il nuovo stadio non lo ha realizzato abbattendo il vecchio stadio? Cosa impediva di riqualificare un’area alternativa di Tirana per un nuovo grande Teatro? E se si voleva il centro città, perché non usare l’area della ridicola piramide, simbolo del culto della personalità invece di abbattere il Teatri Kombetar, simbolo della personalità della Cultura?

Abbattere il Kombetar a Tirana è stato come se a Napoli abbattessero il San Carlo per costruirne uno più moderno ed imponente, oppure a Milano La Scala per far posto ad un avveniristico super mega Teatro, o L’Opéra a Parigi, il Metropolitan a New York, il teatro Bolshoi a Mosca, la Royal House a Londra, la Fenice a Venezia.  

Si dirà sorridendo che il Teatri Kombetar di Tirana non era il San Carlo… sì, ma anche il San Carlo non è La Scala e La Scala non è L’Opéra che non è il Metropolitan che non è il Bolshoi che a sua volta non è la Royal House che non è la Fenice. 

E questo perché? Perché ogni paese ha il SUO di Teatro. 

Ogni Nazione ha la sua Scala, il suo Metropolitan, la sua Opéra, il suo Bolshoi, il suo San Carlo, la sua Fenice. Ogni Nazione ha il suo “storico” Teatro e cioè il suo più storico, vecchio e glorioso testimone di verità intime e sociali. 

Ogni Nazione ha il suo Teatro che è testimone di un sofferto passato che si rinnova. 

Perché il Teatro è origine. Perché ognuno nel SUO luogo ha una SUA origine. 

E gli Albanesi lo sanno bene. Loro, più di ogni altro popolo, hanno il senso dell’origine: la storia di Scanderbeg lo dimostra, la storia dei bunker dell’isolamento lo dimostra, la storia del loro esodo lo dimostra e lo dimostra quello che narra Kadarè quando spiega che l’origine del Teatro fu il fosso della tomba che si ribalta. Per questo, abbattere il Kombetar è stato come abbattere la Scala, l’Opéra, il Metropolitan, il Bolshoi, il San Carlo, la Royal House, la Fenice e qualunque teatro che, piccolo o grande che sia, rappresenta una origine reale di una Nazione. Il Teatro Nazionale è “memoria” di una cultura d’appartenenza e nessun popolo senza la testimonianza fisica della sua storia culturale è un autentico popolo. 

Per questo motivo l’abbattimento – avvenuto in piena notte come un vile attentatore che pugnala alle spalle e a tradimento, peraltro dimostrando il dolo dell’azione in periodo di pura emergenza restrittiva per le libertà a causa del pericolo del contagio – di quel Teatro che ha visto l’attraversamento dei giorni più bui dell’Albania, ma anche il suo rifiorire, è un crimine contro un popolo. Un crimine contro l’Umanità.

Per questo il signor Rama, magari grande e capace statista integerrimo, come si dichiara, da quella sera ha contratto un debito non verso l’Albania ma verso l’umanità. Come aver causato volontariamente la morte di un vecchio. Era deforme, malandato e incosciente, si giustifica… ma quel bambino era vivo, era la storia di sé stesso. 

Bene, signor Rama. Sarà come portare per sempre con sé il peccato originale. Se Lei è solo un primo ministro, saprà che in politica comunque si passa la palla, quindi andrà via magari con la coscienza un poco sporca per aver contratto un debito verso il suo Paese che non potrà mai saldare. Se invece emula un passato, se cioè è altro, allora diventa dannoso, costoso ed inutile. E, come un vecchio Teatro pericoloso, va abbattuto, senza riserve. Non c’è politica, qui. Anche l’opposizione albanese è responsabile nell’aver tentato di farne un discorso di parte. Noi usiamo le parole di Shakespeare, siamo voci di Teatro, siamo artisti.  

Resta il dolore. Resta il ricordo. Un ricordo che, nonostante la nostra giovane età ci fa sentire vecchi per un dolore incancellabile. Magari poi passerà ma siamo stati onorati di aver avuto accesso al Teatro Sperimentale quando abbiamo fatto ridere a crepapelle gli albanesi con Prova d’attore e ancor più mettendo in scena solo pochi mesi fa, a settembre del 2019, i simbolismi dell’Anonimo Napoletano con il quale abbiamo aperto ed illuminato insieme agli artisti albanesi il Teatri Kombetar. Al termine gridammo tutti “Viva il Teatro!”. Questo il popolo albanese lo deve sapere. La sensazione di essere stati gli ultimi ad aver calcato le tavole di quel palcoscenico è agghiacciante ancor più in un periodo così drammatico e senza difesa per l’esistenza stessa dell’essere umano. 

Così, come uno delle migliaia di vecchi al mondo aggrediti dal più subdolo e malefico dei virus, caduto solo ed isolato, sul Teatri Kombetar cala il sipario e con esso l’aspetto più sublime dell’umanità: la Cultura, cioè la possibilità di dar senso alla vita, che oggi, dall’Albania al mondo, riceve il suo tragico colpo mortale. Che sia l’inizio di una fine? Ai posteri l’ardua sentenza.     

 Patrizio Ranieri Ciu e tutti gli artisti di Fabbrica Wojtyla & Compagnia della Città.

PATRIZIO RANIERI CIU © FABBRICAWOJTYLA 2020 

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