N.44 L’umana lezione

L’UMANA LEZIONE

L’assurdo ripetersi di un’apparente scomparsa di ogni sensazione deve essere l’umana lezione.

Quando la reciprocità, teneramente vissuta, diventa abbraccio mentale negato, quando una circostanza negativa sfocia in ostentata privazione di complicità motivata dal dubbio che non esista pensiero sincero, allora … trova spazio il vuoto. 
Nello sguardo, nella parola, nel pensiero. Nel bene.
Diventa come il silenzio che c’è nell’universo.

È la scontata perduta innocenza l’impossibilità tra intimità e confidenza?  
Allo “straordinario” riusciamo a farci l’abitudine? 
Abitudine, è questa la vera malattia degli umani?
Incredibilmente il poetico “ora è sempre” può diventare “sempre …è solo ora“.
Ed ora, si è quel che si è, questo è ormai certo. 
Sempre pronti anche a rinnegar se stessi. 
Ma questo è il lecito di ogni singola individualità. E ciò non deve limitare la necessità della solitudine che è un diritto oltre che il bisogno che abbiamo per capire esseri ed azioni. Così come alla naturalezza di ogni nostra azione si contrappone giustamente l’inappagato di chi convive e condivide quell’azione.
Però, involontariamente, tutto si riduce a conseguenza, ad una sorta di distacco, di rifiuto punitivo. Cancella l’umanità della considerazione, vanifica ogni dato e ricevuto amore e vieta l’altrui bisogno – e la propria disponibilità – di comprensione. 
Questo per un attimo. Un attimo però che è costante, che non si sa ma è eternità. 
Allora non siamo altro che ciò che vogliamo vedere.
La volontà, conquista misteriosa concessa ad una qualità di incontro, perde fiducia – quella mai cieca ma sempre connivente – e torna indietro, va ad affidarsi al tormentato gioco delle parole interpretate e da interpretare.
Però gli affetti vanno in scena senza attori. Ci sono solo effetti su chi crede di agire ma è sempre spettatore.
Accade così che quel “silenzio” nell’azione, intimamente rispettato come delicatezza estrema, appare soluzione che conduce alla visione emersa dentro a quella verità di vita alternativa – descritta in una ormai vecchia canzone – che conclude: alla sorgente non c’è niente.
E si comprende quanto naturalezza e inappagato siano facce della medesima volontà. Come l’incontro tra due tempi, come il confronto tra due età.
Far parte del creato è la difficoltà. Fin qui l’impersonale.

Vorrei non spegnere la luce ma che tutto sia niente, così come una luce, solo nel buio forse si vedrà.

FABBRICAWOJTYLA © PATRIZIO RANIERI CIU 2022 

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