N.13 Saluto di Pasqua

SALUTO DI PASQUA

Ecco, ho chiarito subito che siamo esenti da questioni di lavoro, per cui, avendo cinque minuti, si può anche leggere questo messaggio come semplice saluto, che invio al di fuori di ruoli istituzionali, tipo Ministra, Preside, ecc.ecc. 

  1. Domani è Pasqua. La simbologia occidentale attribuisce a questa data il valore della rinascita, della ripresa, della “Resurrezione”. Questo è l’augurio. Anche nelle situazioni più gravi. Che sia un po’ di spesa aggiunta nel panaro solidale, un gioco in più condiviso con i ragazzi a casa o una nottata accanto a un malato, che resta malato anche se non ha il COVID. Un po’ di tutto questo riguarda anche me. 
  2. Siamo prigionieri? Un mio collega di diritto scherzava “quando ci liberano dal 41 bis…” (il carcere speciale per i mafiosi). Già, ma fin quando riusciamo ad uscire per fare la spesa, al supermercato o in farmacia, restiamo liberi… E’ difficile rendersi conto di cosa sia la prigionia reale, in celle sovraffollate da violenti che ci danno ad ogni minuto una seconda morte. Una ventina di anni fa lavoravo in una prima a San Giovanni a Teduccio. Talvolta era difficile ritrovare ordine quando, al rumore degli elicotteri, si affacciavano tutti alla finestra per osservare nei palazzoni di fronte i blitz della polizia. Lì ho dovuto correggere i miei esempi sulla norma giuridica e la sanzione, “chi ruba va in prigione”. Le domande dei ragazzi erano “come si esce di prigione?” perché è là che dimoravano buona parte dei loro genitori. 
  3. Ieri sera ho voluto guardare in televisione la via crucis da piazza San Pietro. Mi ha colpito la scenografia della grande piazza dove si muovevano poche persone, personale della protezione civile, una poliziotta, infermieri, medici… in rappresentanza di chi è in prima linea in difesa di tutti; e, soprattutto, le riflessioni raccolte dalla cappellania della Casa di reclusione “Due Palazzi” di Padova: una persona detenuta; due genitori cui hanno ammazzato la figlia; un’educatrice del carcere; un agente di Polizia Penitenziaria; un sacerdote accusato e poi assolto; un magistrato di sorveglianza… Ecco, scusate, è il brano scritto da quel magistrato che ho voluto riportare e che vi invio, come saluto, augurio, riflessione, eccetera. E’ un brano che vorrei fosse letto in modo laico, indipendentemente dalla formazione di ciascuno di noi, nel nome della “pietas”. E’ un brano che mi ha colpito per la mia storia professionale (solo in parte scolastica) e per tradizione familiare. E’ un brano che dedico ai colleghi che saluto forse per le ultime volte in ambiente scolastico: proprio ieri ho letto l’elenco dei soggetti con diritto a pensione da settembre e ci sono anch’io.

XII Stazione  

Come magistrato di sorveglianza, non posso inchiodare un uomo, qualsiasi uomo, alla sua condanna: vorrebbe dire condannarlo una seconda volta. È necessario che l’uomo espii il male che ha commesso: non farlo significherebbe banalizzare i suoi reati, giustificare le azioni intollerabili da lui compiute che hanno arrecato ad altri sofferenza fisica e morale. Una vera giustizia, però, è possibile solo attraverso la misericordia che non inchioda per sempre l’uomo in croce: si offre come guida nell’aiutarlo a rialzarsi, insegnandogli a cogliere quel bene che, nonostante il male compiuto, non si spegne mai completamente nel suo cuore. Solo ritrovando la sua umanità, la persona condannata potrà riconoscerla nell’altro, nella vittima a cui ha provocato dolore. Per quanto il suo percorso di rinascita possa essere tortuoso e il rischio di ricadere nel male resti sempre in agguato, non esistono altre strade per cercare di ricostruire una storia personale e collettiva. La rigidità del giudizio mette a dura prova la speranza nell’uomo: aiutarlo a riflettere e a chiedersi le motivazioni delle sue azioni potrebbe diventare l’occasione per guardarsi da un’altra prospettiva. Per fare questo, però, è necessario imparare a riconoscere la persona nascosta dietro la colpa commessa. Così facendo, a volte si riesce ad intravedere un orizzonte che può infondere speranza alle persone condannate e, una volta espiata la pena, riconsegnarle alla società, invitando gli uomini a riaccoglierli dopo averli un tempo, magari, respinti. Perché tutti, anche da condannati, siamo figli della stessa umanità.                                                                                                                                                                                                                       

GIANFRANCO TESCIONE © 2020  

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